Lagorai imprevisti di percorso

Lagorai imprevisti di percorso

 

Il fotografo ClickAlps Moreno Geremetta ci racconta l’incredibile avventura che ha vissuto nella zona dei Lagorai

Sto facendo ordine negli archivi fotografici e mi sono imbattuto in una cartella che a suo tempo chiamai “ Wild Lagorai ”, in un primo tempo mi viene da sorridere, poi invece mi sono riguardato tutti gli scatti e ho pensato di raccontarvi questa storia che risale al settembre 2012.

Partimmo in tre amici, nel primo pomeriggio, con destinazione un laghetto alpino a un paio d’ore di cammino. L’idea era fotografare il tramonto. Eravamo consapevoli che le previsioni meteo annunciavano brevi temporali con successive schiarite in serata. La condizione ideale! Dopo la pioggia lo spettacolo dei colori al tramonto è sempre enfatizzato da una luce molto bella, e quindi l’idea di prendere qualche goccia d’acqua non ci spaventava. Eravamo preparati psicologicamente e tecnicamente ben attrezzati. Pronti via, partenza dal passo Manghen alla volta del lago di Montalon, poco più di 2000 metri di altezza nella vasta area dei Lagorai trentini.

 

La prima traversata e la prima forcella raggiunta. Poi continuammo a salire in una dolce progressione lungo la cresta della montagna. Panorama mozzafiato sotto di noi. Peccato che quelle nuvole continuassero a girarci attorno, e non c’era verso di capire le loro intenzioni. Primo tratto compiuto, monte Ziolera aggirato, prima deviazione e primo controllo tempi. Le tabelle erano molto più pessimiste del nostro passo ed eravamo in largo anticipo. Molto bene, il sentiero 322 proseguiva dritto e noi dovevamo solo seguirlo. Poi le prime gocce d’acqua iniziarono a cadere…sempre più abbondanti. Da una leggera pioggerellina la situazione era drasticamente mutata ed ora eravamo sotto una pioggia fitta e gelida.

 

Nel primo anfratto riparato indossammo tutto ciò che poteva proteggerci dall’acqua, e coprimmo gli zaini con un telo impermeabile. Del resto bisognava pensare anche al loro costoso contenuto. La via era davanti a noi, una comoda mulattiera militare a tratti scavata nella dura roccia. Ogni tanto si potevano scorgere segni di chi quassù aveva passato lunghi inverni a combattere: rifugi scavati nella roccia, trincee, muri a secco; tutte memorie della prima guerra mondiale e del fronte italo austriaco. La nebbia iniziò a farci compagnia cancellando ogni colle, ogni cima all’orizzonte, tutti i nostri punti di riferimento offuscati da una fitta coltre grigia. Noi continuammo imperterriti passo dopo passo sotto la pioggia cadente, e con un’ andatura piuttosto decisa raggiungemmo un crinale dove scollinando avremmo dovuto essere in vista del laghetto. Ma la nostra sorpresa fu grande quando invece che una dolce conca prativa scoprimmo che dietro quel colle c’era un profondo avvallamento e non vi era minima traccia di sentiero. Iniziammo a capire che forse qualcosa non era andato per il verso giusto. Complice la nebbia e la voglia di arrivare, l’estrema necessità di trovare un rifugio e ripararsi dal temporale in arrivo ci aveva fatto correre…correre troppo…ed ora chissà dove eravamo finiti. Il senso dell’orientamento era andato in tilt. Eravamo in tre ed avevamo in mente tre direzioni differenti, non certo la situazione ideale. Decidemmo di scendere in corrispondenza di una pietraia, zigzagando fra gli speroni di roccia. La direzione era il fondovalle, ma dovevamo fare attenzione a non perdere troppa quota, avevamo individuato l’ennesima forcella di fronte a noi come punto certo di arrivo e quella era la nostra direzione. La cosa consolante era che in lontananza si intravedeva una malga, ma erano certo parecchi chilometri in linea d’aria, improponibile raggiungerla a piedi. Le mucche però pascolavano sotto di noi, e il tintinnare dei campanacci appesi al loro collo ci faceva compagnia. Fra un salto e l’altro, e qualche divertente discesa su materiale più morbido raggiungemmo il punto in cui bisognava deviare attraversando il costone in direzione sud…o forse nord? Il nostro unico punto di riferimento era una piccola formazione rocciosa staccata dalla parete principale che rendeva meno monotono il profilo della montagna. Ma sì, sicuramente lì dietro c’era il lago. Ne eravamo talmente certi, e rinfrancati dal tempo che sembrava in lento miglioramento, stavamo già fantasticando sulle immagini fantastiche che avremmo potuto realizzare fra breve. Invece l’ennesima amara sorpresa era lì, pronta per noi. Un’altra valle sotto di noi, costellata da rocce e ampie macchie di vegetazione inviolabile. Avventurarsi lì dentro non era proprio il caso. Il nostro sguardo volse nello stesso istante verso l’alto. Risalire il pendio e portarsi in cresta? Sembrava lì, a pochi passi da noi. Un breve consulto e decidemmo di provare, mentre in lontananza si udiva il fragore di un temporale più forte in arrivo. In breve iniziò a calare l’oscurità e la salita si dimostrava ripida e faticosa. I nostri passi, uno dopo l’altro, sempre più pesanti. Il peso degli zaini schiacciava sulle spalle e sembrava portarci a valle da un momento all’altro. L’erba bagnata rendeva ancor più difficile la nostra vittoria sul ripido pendio. Alcuni lampi illuminarono il cielo e l’orologio segnava le otto. Iniziammo a capire che la situazione non era delle migliori e che forse era il caso di fermarci. Con la luce e più energia a disposizione sarebbe stato più facile, ma l’ipotesi di ritornare sui nostri passi, risalire il ghiaione lasciato un’ora prima e compiere il tragitto a ritroso, nel buio…no, non era proprio il caso. Non pienamente convinti decidemmo di tornare poco indietro, dove avevamo individuato una nicchia scavata nella roccia. Indossammo le pile frontali e attenti a non compiere errori iniziammo a cercare il nostro rifugio. Con il buio la cosa diventava molto difficile, ma la fortuna ci fece passare proprio sotto la parete dove anni orsono alcuni soldati avevano ricavato una grotta comoda e riparata dal tetto di roccia soprastante. Quel buco si rivelò da subito meno angusto del previsto. Era piuttosto asciutto e la roccia abbastanza levigata. Nella parte iniziale vi era poca fanghiglia ma in fondo non era male. Diventò ben presto la nostra stanza per la notte, e una volta sistemati, indossato tutto ciò che avevamo a disposizione per tenerci caldi, una fitta pioggia iniziò nuovamente a cadere. Fortunatamente eravamo riusciti a tranquillizzare i nostri famigliari a casa. Due panini per tre e un pezzo di cioccolata, qualcosa da bere c’era e quindi eravamo a cavallo. Non restava che aspettare le prime luci del giorno seguente per ripercorrere al contrario il percorso. Avevamo solo 9 lunghe ore davanti a noi.

 

Nove ore nelle quali avremmo dovuto cercare di dormire, ma con i piedi freddi e bagnati, sdraiati sulla dura roccia e con l’idea di trovarsi in quella situazione…era una scommessa riuscirci. Ogni tanto uno di noi si affacciava all’apertura della grotta e scrutava l’orizzonte, sia per controllare il meteo, sia per fare un po’ di movimento e scaldare le ossa infreddolite. La battuta scherzosa fu per alcune volte “chiudi la porta prima di uscire”; un modo come un altro per avere un’illusione di calore.

 

Il tempo non passava mai, i minuti erano ore e dopo aver raccontato alcuni aneddoti della nostra vita, quando anche le parole finirono, rimase solo l’umidità ed il freddo a farci compagnia. All’una la pioggia cessò, si alzò il vento ed in breve il cielo s’illuminò. Una quantità di stelle indescrivibile. Tutte chiaramente visibili e da lassù, apparentemente più vicine a noi. Il chiarore della luna illuminò le rocce di fronte a noi e il richiamo fu chiaro. Mano alle reflex!!

 

Ci portammo in breve al di sopra del nostro angusto riparo, dove un pianoro rivolto a nord mostrava l’andamento delle cime. Iniziammo a scattare fotografie, cercando i punti di vista migliori. Ogni tanto tornavamo sotto perché nonostante il sereno, le nuvole in cielo correvano velocemente spinte da un vento piuttosto forte. Nemmeno le macchine fotografiche agganciate ai treppiedi rimanevano ferme, tanto da dover appesantire il tutto con sassi o zaini per avere immagini nitide e non mosse. Fu un’insieme di meraviglia, stupore ed ammirazione, e in breve la nostra situazione passò dal terribile al fantastico! Avere quello spettacolo a disposizione solo per noi era impagabile!

 

Individuata la stella polare posizionai il treppiede appesantendolo con dei sassi e con il tempo a favore provai pure uno startrail  di quelli sostanziosi: 295 esposizioni per un risultato spettacolare per chi ama il genere.

 

Approfittammo della schiarita fino all’ultimo e solo un’oretta prima dell’alba riuscimmo ad appisolarci, stanchi ma riscaldati dal continuo movimento ed incoraggiati dall’ avvicinarsi del giorno.

 

Alle 6:30 lasciammo la grotta non prima di aver ammirato per l’ultima volta il nostro fortunoso riparo.

 

Affrontammo la via del ritorno, stando attenti a non sbagliare. Risalire il pendio erboso fu il momento più difficile. Era veramente ripido, e solo le tracce lasciate dagli animali selvatici prima di noi ci dicevano che comunque lassù c’era il modo di passare oltre.

 

Finalmente riuscimmo a ritrovare la vecchia mulattiera militare e una volta percorsa tutta iniziammo a capire il punto dove la sera precedente avevamo sbagliato.

Il ritorno fu eterno, e le due orette previste all’inizio diventarono cinque. Ci rendemmo conto di aver percorso veramente molta strada il giorno prima, ma sotto la pioggia tutto era sembrato molto veloce. Una volta giunti alla macchina ci siamo guardati ed abbiamo detto in coro “Cavolo…che esperienza fantastica!”

018_L_eterno

 

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Luca Gino

La fotografia che unisce la passione per natura e montagna. Fotografo ClickAlps dal 2011.
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  • http://www.claudiopia.it Claudio Pia

    Una GRAN avventura che ha anche reso fotograficamente, sono situazioni che fortificano e ti fanno fare ottima esperienza per le uscite successive, bel racconto, molto coinvolgente!!